La manovra Monti, indiscussione presso i due rami del Parlamento ai fini di una sua approvazione prima delle festività natalizie, denuncia
notevoli difficoltà di giungere a decisioni condivise e definitive su temi caldi e delicati. Un caso esemplare è rappresentato dal c.d. “taglio delle Province”.
È ormai fin troppo noto come l’ente territoriale intermedio fra il Comune ela Regionesia oggetto, da anni, di un vero e proprio assedio mediatico volto ad ottenerne la soppressione in quanto ritenuto “inutile” e causa di spesa improduttiva per il bilancio pubblico, in un momento già estremamente difficile per l’erario.
È altrettanto noto che le Province hanno visto negli anni fortemente decurtate le proprie competenze a vantaggio sia dei Comuni che delle Regioni, e ciò in virtù dapprima delle riforme Bassanini di metà anni Novanta e subito dopo della modifica del Titolo V della Costituzione, che ha riscritto totalmente il rapporto tra centro e periferia dell’ordinamento repubblicano, conferendo agli enti di dimensione regionale accresciute potestà legislative esclusiva in moltissimi settori di intervento.
In una situazione così configurata, pertanto, non può stupire che le funzioni rimaste in capo all’ente provincia siano state progressivamente svuotate, permanendo, sostanzialmente, solo in materia di edilizia scolastica, manutenzione stradale e ambiente.
Si comprende bene come sia azzardato sostenere la necessità di salvaguardare tali enti così come sono congegnati oggi, in ragione del fatto che lo snellimento delle procedure e la semplificazione della governance centrale e territoriale dovrebbero essere obiettivi perseguiti dalle politiche pubbliche.
Nel caso delle Province, però, si assiste da mesi a disegni estemporanei (la logica dello spot annuncio tanto cara alla Lega nord), fughe in avanti e tempetive retromarce, di cui il “Governo dei professori” attualmente in carica non pare essere esente.
Infatti, a ben guardare il contenuto delle norme del decreto 201 del 2011 (c.d. “salva Italia”), si evince una indecisione di fondo circa l’orientamento da tenere, o per meglio dire, si evidenzia una volontà caducata già nel suo origine.
Procediamo con ordine. Il testo del decreto emanato lo scorso 6 dicembre dal Capo dello Stato contiene, all’art. 23, disposizioni molto rigorose circa la trasformazione delle Province in enti di “indirizzo e coordinamento” delle politiche locali, in luogo della veste istituzionale attuale. In altri termini, non potendo essere cassate con legge ordinaria, questi enti territoriali sono svuotati di competenze decisionali e dotati di meri poteri di interlocuzione con gli altri attori substatuali. L’architettura istituzionale prevede la scomparsa dell’elezione diretta degli organi di governo (introdotta dalla legge 81-1993), e la sua sostituzione con un meccanismo di elezione indiretta dei Consigli provinciali (la cui composizione non potrà superare i 10 membri), cui si affiancherà una struttura esecutiva monocratica, rappresentata dal solo Presidente eletto, nel suo senso, dal Consiglio provinciale, e non più dalla Giunta. Sul piano delle funzioni, invece, si statuisce la competenza della legge statale e regionale a disporne concretamente il trasferimento entro il 30 aprile 2012. Entro pari data, sono stabilite le modalità di elezione dei nuovi Consigli provinciali.
L’impianto sommariamente descritto sarà, molto probabilmente, preservato nel corso del dibattito in aula per la conversione in legge del decreto. Ciò che potrebbe mutare – e gli emendamenti presentati dal Governo sono lì a dimostrarlo – è il regime di entrata in vigore delle nuove disposizioni, in quanto il testo del decreto prevede, art. 23, comma 20, che sia una legge dello Stato a stabilire “il termine decorso il quale gli organi in carica delle Province decadono”, non fissando alcuna data specifica di passaggio dal vecchio al nuovo, mentre l’emendamento presentato dal Governo alla Camera fissa al 31 marzo 2013 il termine di cessazione tout court degli organi dell’ente locale intermedio. In questo modo, verrebbe salvaguardata la permanenza in carica delle Giunte e dei Consigli provinciali in carica fino a decorrenza dei rispettivi mandati, con progressiva nomina di commissari prefettizi nella fase di transizione verso il completamento della riforma.
Osservando con occhio asettico l’intera vicenda, non ci si può esimere dal formulare le seguenti valutazioni:
a) la riforma dello status e della governance delle Province appare informata da un criterio di razionalizzazione della spesa pubblica e di semplificazione istituzionale, in attesa dell’azzeramento di tali enti tramite riforma costituzionale;
b) il regime transitorio risulta sufficientemente dilazionato nel tempo da non consentire un rapido recepimento delle novità normative;
c) il contenimento dei costi, a regime, sarebbe comunque modesto atteso che il trasferimento delle risorse umane, finanziarie e strumentali verso gli altri enti locali non produrrà una sensibile riduzione del bilancio pubblico rispetto ad oggi;
d) l’ente locale scaturente dalla manovra sarebbe un ibrido dal punto di vista giuridico e scarsamente utile da quello politico-funzionale, in quanto non si capisce la ratio di organi di mero coordinamento di compiti attribuiti ad altre istituzioni.
e) il rapporto fra il nuovo Consiglio di derivazione indiretta ed il Presidente della Provincia da esso eletto, difficilmente potrebbe dar prova di stabilità e operatività in assenza di specifici meccanismi in grado di scongiurare derive assemblearistiche della forma di governo locale tipiche di esperienze del passato.
In conclusione, a giudizio di chi scrive, qualora si volesse perseguire il fine originario, ossia la riduzione dei livelli istituzionali, allora si dovrebbe perseguire sin da subito l’abolizione dell’ente provinciale, assegnando le sue funzioni ad altri enti, soprattutto ai Comuni poiché più vicini alle istanze del cittadino e dalla caratura più amministrativa rispetto al Legislatore regionale.
Se, invece, si volesse preservare questa articolazione del potere sul territorio, allora la strada maestra sarebbe quella di precisare in modo chiaro e definitivo le sue competenze, nel quadro di una Carta delle autonomie da adottare al più presto.
In altre parole, un ente, se ritenuto non necessario, lo si abolisce, non potendosi, invece, costruirne un simulacro privo di senso che sarebbe oltre che inutile anche incomprensibile ai cittadini.
L’auspicio è che il Governo ed il Parlamento intraprendano finalmente una lotta agli sprechi ed ai costi della politica, iniziando però da quelli reali e poco noti, come l’esercito di società, enti, organismi infraterritoriali che il ceto politico negli anni ha istituito ed alimentato in una cornice di non rappresentatività delle collettività locali, requisito – almeno e forse solo questo – da riconoscere alle Province in via di estinzione.
Vincenzo Iacovissi
FEDERAZIONE DEI GIOVANI SOCIALISTI
Presidente nazionale